mastino_fonneseIl Mastino Fonnese cantato da Sebastiano Satta lotta per difendere la propria identità che risale ai tempi dell’antica Roma. La Sardegna dovrebbe andare orgogliosa di possedere i discendenti dell’antico canis pugnax romano, che è stato progenitore di tutti i molossi europei, dal Rottweiler al Cane di San Bernardo, al Cane Corso, ancora allevato in purezza da alcuni coraggiosi cinofili del profondo sud d’Italia. Che il Mastino (noto anche come pastore) Fonnese sopravviva al tempo non è detto. Di un’altra antica razza, il Dogo Sardesco, si sono perse le tracce. Un po’ perché c’è chi ritiene si tratti dello stesso cane fonnese, un po’ perché nessuno è andato a scovarne le linee di sangue, preservandole e tramandandole. Non si capisce perché si cerchi di risvegliare (giustamente) la coscienza ambientalista quando alcune specie di uccelli sono a rischio di estinzione e, invece, si faccia passare sotto silenzio il declino di una razza canina, da dove viene il più antico e fedele compagno dell’uomo. La Sardegna dovrebbe essere orgogliosa di possedere una delle poche razze italiane e dovrebbe battersi per il riconoscimento da parte della cinofilia ufficiale. Il Mastino Fonnese dovrebbe stare di diritto accanto al Cane Corso, al Volpino Italiano, al Cirneco dell’Etna, al Lagotto Romagnolo e così via. Non che il riconoscimento dell’ENCI (Ente Nazionale della Cinofilia Italiana) abbia la sacralità di un dogma, ma sarebbe un passo importante per dare dignità a un cane che è stato cantato da Sebastiano Satta e che ha combattuto in Libia nel 1912, durante la guerra italo-turca, quale feroce ausiliario dell’esercito italiano.

11703084_1124599080889108_5111124661834335496_nIl Mastino Fonnese proviene direttamente dal molosso romano, di cui il Cane Corso è il discendente diretto. I soldati del console Marco Pomponio Matone, spedito in Sardegna dal Senato romano nel 231 a.C. per domare i sardi “pelliti”, si portarono dietro questi magnifici animali che, accoppiatisi con i cani autoctoni della Barbagia, diedero vita al Mastino Fonnese. Stiamo parlando di una razza che ha duemilatrent’anni. La sua sopravvivenza è affidata a un gruppo di volenterosi allevatori di Fonni e alla passione di un paio di cinofili che si segnalano per due caratteristiche: sono invisi dalla cinofilia ufficiale per la loro idiosincrasia agli standard (le misure e le caratteristiche stabilite per definire una razza) e sono totalmente disinteressati. Allevano per pura passione e non per fare commercio di cuccioli.
Uno di questi è un sardo, si chiama Sergio Contini, vive e lavora a Macomer come assistente di sostegno ai ragazzi disabili. Come ausiliari utilizza i “fonnesi” per una pet terapy di marca sarda.

«Si dovrebbe avviare una profonda opera di recupero e ricostruzione della razza», dice Contini. «Purtroppo, gli esemplari attuali sono stati spesso incrociati con i Bobtail, i Pastori Bergamaschi e persino gli Schnauzer».
Il risultato dei meticciamenti ha prodotto la dispersione dell’antico patrimonio genetico del cane. Ma anche chi è ricorso agli incroci fra consanguinei ha prodotti guasti: molti “fonnesi” si presentano con mantello troppo lungo e lanoso, hanno problemi di displasia dell’anca (una malformazione osseo-articolare che in forma grave è pesantemente invalidante), di cifosi, sono caratterizzati da enognatismo (la mandibola inferiore è più corta della mascella) e groppa sfuggente. «E la funzionalità?», si chiede Contini, per il quale il cane da lavoro, qual è il “fonnese”, deve avere caratteristiche adatte per fare il guardiano delle greggi, il difensore della casa e del padrone che è insito nel suo DNA. Un cane è bello se è funzionale, non se risponde alle misure imposte a tavolino dagli esperti dello standard. Questo assunto è il vangelo di Flavio Bruno, medico veterinario di Santa Croce di Magliano, provincia di Campobasso, che può essere considerato tra i massimi esperti italiani di molossi e di Cane Corso in particolare. Da mille chilometri di distanza, Flavio Bruno rivolge un appello «a chi possiede ancora il Dogo Sardesco delle antiche linee di sangue. È un cane differente dal “fonnese” che va preservato prima che sia troppo tardi. Sono sicuro che qualche anziano pastore sardo ne possiede qualcuno. Se è così, si faccia avanti».

Flavio Bruno recupera esemplari veri di Cane Corso, andandoli a cercare nelle campagne pugliesi, molisane, campane e del Sud in generale, facendo del suo centro (“Il Contado del Molise – Centro per la Selezione Funzionale del Cane Corso Tradizionale”) una trincea per la difesa di questa razza, in pericolo perché diventata di moda. Allevatori senza scrupoli non esitano a ricorrere a incroci con boxer, alani e altre razze, per trasformare un rude cane da lavoro in un oggetto da salotto. «È il rischio che corre anche il Mastino Fonnese», dice Bruno.

A Fonni sono più ottimisti. L’Associazione per la valorizzazione del Cane Fonnese è orgogliosa di aver individuato una serie di soggetti omogenei ma si è dovuta arrendere di fronte all’indifferenza dell’ENCI: «Il processo per il riconoscimento della razza si è fermato», è costretto a ammettere Salvatore Nolis. Tra l’altro, il “fonnese”, ormai, più che come cane da pastore, è utilizzato per la guardia, a “Tha’bbigiu”, come si dice in dialetto, cioè legato alla catena, in modo che il cane aumenti la diffidenza verso gli estranei.
Il Mastino Fonnese è un prezioso dono che arriva dal passato, un cane che ha accompagnato nei momenti di solitudine i pastori sardi, che ha affiancato i militi della Brigata Sassari durante la guerra del 1915-‘18, che ha difeso con coraggio e lealtà il suo padrone. Noi, però, non riusciamo a restituirgli la cortesia e sembra che non siamo capaci di ricambiare la sua fedeltà mostrata nei secoli dei secoli. Perciò questa eredità storica vivente rischia di andare perduta come lacrime nella pioggia.

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