Cane Corso: Intervista al dott. Flavio Bruno
23 agosto 2015
Linee di sangue cane Corso sud Italia, Sicilia
3 ottobre 2015

Cenni di Genetica

Da sempre l’uomo ha gestito il patrimonio zootecnico a sua disposizione indirizzando la selezione
degli animali domestici verso quelle caratteristiche morfo-bio-funzionali in grado di massimizzare i
servizi richiesti.
Per quanto concerne il cane inizialmente la selezione venne focalizzata verso quei soggetti in grado
di assicurare la difesa della proprietà e un valido aiuto nella caccia.
Con il passare dei secoli nel susseguirsi delle varie civiltà, culture e religioni e con il nascere di
nuove esigenze, si poté assistere alla creazione di nuove razze in grado di soddisfare in modo
ottimale i nuovi servigi richiesti.
Soprattutto nel corso dell’ultimo secolo la fantasia selettiva si è sbizzarrita proponendo al mondo
cinofilo le tipologie razziali più svariate.
Indubbiamente se questo conferma che si è iniziato a conoscere più a fondo i fondamenti delle
genetica, altrettanto si può rilevare che nella corsa alla “nuova razza” si sono dimenticate le basi
bioetiche che devono regolare l’opera selettiva. Non dobbiamo dimenticare che ci troviamo di
fronte ad un essere vivente che nel contesto naturale deve vedere rispettati i suoi diritti biologici ed
etici.
mendelLa somiglianza pur nella diversità tra genitori e figli è stata osservata fin dai tempi più antichi di
volta in volta sono state fornite spiegazioni spesso fantasiose perché un motivo ci doveva essere.
Il primo a cercare di dare una spiegazione razionale basata sulle sue osservazioni sull’ibridazione
delle piante fu Mendel che nel 1854 iniziò il suo lavoro incrociando linee pure di piselli diversi tra
loro, contando e classificando numericamente i risultati ottenuti nelle successive generazioni.
Notò così che gli ibridi della prima generazione (F1) erano tutti identici, ma quando questi ibridi
venivano incrociati tra di loro (F2) ricomparivano in diverse combinazioni caratteri che in F l erano
scomparsi.
Medel lavorò su successive generazioni e su diversi ciratteri “seme giallo-seme verde, seme liscio-
seme rugoso, etc” ed arrivò alla conclusione che ogni individuo possiede due distinti fattori
responsabili dell’espressione di un determinato carattere di cui uno proviene dal patrimonio
genetico del padre e uno da quello della madre e chiamò dominanti i caratteri capaci di esprimersi
in F1 e recessivi quelli che rimanevano mascherati in prima generazione e che ricomparivano
percentualmente nelle successive generazioni.
Dimostrò inoltre che ciascun fattore viene ereditato in modo identico ed indipendente l’uno
dall’altro. Formulò così quelle che da allora si chiamano le “leggi di Mendel“:
1) prima legge o legge della dominanza: si definisce dominante il carattere che si manifesta in
eterozigoti, ovvero gli ibridi nati dall’incrocio di due individui portatori ciascuno di un
differente carattere “in purezza” (omozigosi) presentano tutti il carattere (che si dice
pertanto dominante) di uno solo dei due genitori.
2) Seconda legge o legge della segregazione Dei caratteri: gli ibridi (eterozigoti)
riproducendosi fra di loro danno luogo a prodotti che presentano il carattere o dell’uno o
dell’altro progenitore e questo nella proporzione di 3:1 a favore del carattere dominante. Il
carattere recessivo si esprime cioè solo negli individui omozigoti.
3) Terza legge o legge dell’indipendenza dei caratteri: se si incrociano individui che
differiscono non per una sola, ma per più coppie di alleli, cioè fenotipicamente, per più
caratteri, ogni carattere si eredita indipendentemente dall’altro.

Furono intuizioni geniali, che ottennero un riscontro scientifico solo quando più tardo si cominciò a
studiare la cellula e quindi a poterne osservare nucleo e citoplasma e poi, affinando la tecnica, ad
osservare che il nucleo non era un corpo unico, ma un addensamento di corpi più piccoli osservabili
solo al momento della divisione cellulare, i “cromosomi”, il che permise di evidenziare che nel

nucleo esistono coppie di cromosomi uguali tra di loro e due cromosomi non assimilabili in coppia
che furono chiamati “x” e “y”.
Successivamente studiando le modalità di divisione cellulare si osservò che nella maggior parte dei
casi la divisione avviene per mitosi, determinando due cellule con identico patrimonio genetico,
mentre per le cellule deputate alla riproduzione la divisione cellulare avviene per meiosi.

In questo caso la divisione avviene in due tempi:in una prima fase l’oocita o lo spermatocita
primario, cellule diploidi (cioè con patrimonio cromosomico completo, si dividono dando origine a

cellule apolidi con patrimonio cromosomico dimezzato; in una seconda fase per divisione mitotica
ogni cellula apolide si divide dando due cellule uguali a se stessa.
Alla fine avremo per ogni spermatocita quattro spermatidi che matureranno in spermatozoi con
metà patrimonio genetico del padre di cui due con il cromosoma “x” e due con il cromosoma “xy”.
In questo caso solo la cellula uovo arriverà a maturazione poiché il citoplasma nelle divisioni 7 ,
meiotiche e mitotiche non viene equamente distribuito, siccome servirà per lo sviluppo
dell’embrione si concentra in una sola cellula.
Quando uno spermatozoo si fonda con una cellula diploide con un numero di cromosomi uguali a ~41

tutte le cellule della stessa specie per metà provenienti dal padre e per metà della madre. Da qui
prendeva spunto la teoria cromosomica dell’ereditarietà enunciata all’inizio del ‘900, che Now .100
dimostrava in maniera scientifica le teorie enunciate da Mendel.
Il problema era però che il numero dei caratteri descritti da Mendel erano molti di più delle sette
coppie di cromosomi della pianta di piselli usata per cui sì cominciò a pensare che i cromosomi non
fossero singole entità, ma che fossero costituiti da unità funzionali che furono chiamati “geni”, ma
dei quali era possibile solo intuire l’esistenza.
Nei suoi esperimenti Mendel ha avuto anche un po’ di fortuna; infatti i caratteri da lui presi in
considerazione erano posti su cromosomi diversi per cui venivano sicuramente trasmessi in maniera
indipendente. Un po’ di fortuna non guasta e noi allevatori lo sappiamo bene! Le sue intuizioni
comunque si rivelarono esatte e da lì in avanti di pari passo con lo studio sempre più approfondito
della cellula si arrivò a darne spiegazione scientifica, riconoscendo nei geni e non nell’intero
cromosoma costituito da un filamento di DNA i siti dell’ereditarietà dei singoli caratteri.

genetica21Quando poi nel 1953 si mise a punto il modello del DNA a doppia elica fu facile capire come i
caratteri si trasmettano.
In sintesi il filarne di DNA è costituito da una catena formata da una serie di soli 4 aminoacidi
(adenina, guanina,citosina,timida) con affinità specifica recettoriale gli uni per gli altri.
Nella duplicazione quando la doppia elica si separa e si ricostituisce specularmene, l’adenina si legherà sempre con la timida e la citosina con la guanina, dando di fatto due nuovi filamenti di
DNA con lo stesso patrimonio genetico di partenza. Questo è quello che avviene di solito, tuttavia si
possono verificare degli errori con la sostituzione di un aminoacido ad un altro. Si verranno a
costituire così dei geni mutanti che nella maggior parte dei casi sono incompatibili con la vita (geni
letali) o sconvenienti che la natura provvede ad eliminare perché i soggetti, che li portano so
sfavoriti per le condizioni ambientali o per altro. p-9 X ..6o 4,7‘, i .,1″ ›-

In alcuni casi però possono invece essere addirittura convenienti per l’avvenuto cambiamento delle
condizioni dando origine ad individui che sostituiranno quelli portatori del gene d’origine
(evoluzione naturale della specie) oppure portano a piccoli cambiamenti che danno caratteristiche
con uguali probabilità di vita e sviluppo rispetto al gene di origine.
Di queste varianti dello stesso gene, alleli, etc possono esisterne diverse dando origine a soggetti
che presentano pur appartenendo alla stessa specie delle caratteristiche diverse come ad esempio un
diverso colore di mantello. In questo caso per un carattere si possono avere due o più possibilità
genetiche che vengono trasmesse e, a seconda che siano dominanti o recessivi, si manifestano in
condizioni di etero o omozigosi.
Ma come sempre succede in natura anche la genetica non funziona solo nella trasmissione semplice mendeliana.

Cioè ci sono alcuni caratteri che non vengono ereditati secondo le leggi di Mendel: in alcuni casi gli
F 1 manifestano un carattere esattamente intermedio a quello dei genitori e quindi si parlerà di
eredità intermedia: si tratta di un eredità senza dominanza.
Nel cane questo tipo di eredità potrebbe interessare l’orecchio eretto e quello semi eretto.
Dall’incrocio di questi due tipi si dovrebbe ottenere l’orecchio a tulipano quindi non può mai essere
omozigote e dall’accoppiamento con cani con qualsiasi tipo di orecchio darà sempre anche orecchie
erette o semi erette.
Infatti questo tipo di orecchio non è tipico di alcuna razza e lo si trova solo come difetto nelle razze
a orecchio eretto o semieretto (fox terrier, pastore tedesco, etc). Occorre però considerare che tra i
caratteri morfologici il portamento delle orecchie è uno tra i più esposti all’influenza di fattori non
genetici. A volte basta toccare le orecchie ad un cucciolo nel periodo critico per comprometterne il
futuro portamento; altri caratteri sono solo parzialmente mendeliani, nel senso che il carattere
domiirNeil5i mostra leggermente attenuato rispetto a quello del genitore che lo presenta; in questo
cago- di penetranza incompleta. (Concettualmente è molto simile all’ereditarietà intermedia. In
questo caso però, non avremo F l perfettamente intermedi, ma ci sarà un carattere che prevale,
anche se la dominanza non è sufficientemente forte da mascherare completamente il carattere
recessivo.
Un esempio sembra essere la displasia dell’anca; la quale si manifesta producendo una
sublussazione coxofemorale, è teoricamente recessiva. I soggetti eterozigoti però sono riconoscibili
al livello radiografico e, a volte manifestano i sintomi della malattia solo in età avanzata. Inoltre
anche in questo caso entrano in gioco fattori esterni ambientali.
Per cui è molto difficile stabilire con certezza quanto dipende dalla genetica e quanto da altri
fattori.)
In molti casi, i figli possono esibire tutta una scala di caratteri-intermedi a quelle dei genitori; e in
questo caso si parlerà di ereditarietà quantitativa. (Nella genetica del colore un esempio è dato dal
mantello Fulvo. I cani con questo manto possono presentare una colorazione cha va dal Frumentino
(giallo-pallido) al fulvo cervo (rosso carico) attraverso tutte le sfumature e gamme intermedie. Ci
sono moltissimi caratteri che dipendono da più geni. In generale si può dire che si trasmettono in
questo modo tutti i caratteri in cui non vi è una divisione netta tra due caratteristiche opposte, ma
una variazione continua tra un estremo e l’altro.
L’eredità quantitativa è il risultato dell’interazione di numerosi geni, detti appunto poligeni ad
azione cumulativa. In pratica, ognuno di questi geni apporta un suo contributo allo sviluppo di un
determinato carattere.
Questo tipo di trasmissione ereditaria interessa la maggior parte dei tratti somatici, spesso
affiancando e completando l’azione regolata dalla trasmissione semplice mendeliana. Ad esempio,
il pelo lungo, anche sulla parte anteriore degli arti e sul muso, dove forma barba e baffi, è
determinata da un gene dominante a penetrazione incompleta.
Ma per ottenere un mantello di eccezionale lunghezza come quello dello Yorkshire Terrier o del
Maltese è necessario l’intervento di numerosi geni modificatori e occorre selezionare per molte
generazioni i cani con pelo più lungo.
Allo stesso modo, il muso corto del Carlino o del Pechinese è dato da una mutazione recessiva.
Se si incrocia un Carlino con un Volpino, tutti i cuccioli avranno il musetto allungato.
Nella seconda generazione, accoppiando tra loro i fratelli, ricomparirà il muso corto nella misura
del 25% sul totale della cucciolata.
Ma ben difficilmente avremo musi troppo schiacciati da Carlino. Questo perché per averli è
necessario la presenza di numerosi geni modificatori che nel Volpino non sono presenti. Molti
cuccioli avranno si un muso corto, ma senza esagerazione. Per riavere il muso troppo schiacciato da
Carlino è necessario selezionare i cani con il muso più corto per diverse generazioni.
Altri caratteri si manifestano solo in assenza o presenza di altri geni completamente indipendenti e
in questo caso avremo l’epistasi.

E’ chiamato in questo modo il fenomeno per il quale l’espressione di un gene viene mascherato
dall’effetto di altri geni non allelici.
Ad esempio: l’arricciatura del pelo non si manifesta quando questo è raso o assente, oppure
l’anurismo (assenza della coda) che maschera la lunghezza della coda e il suo portamento diritto o
arrotolato.
Così come vanno considerati i geni-letali sono geni che possono esprimersi solo allo stato di
eterozigoti, in quanto i soggetti omozigoti non sono vitali.
Abbiamo poi i geni associati, in termini pratici questo meccanismo ha riscontro nel fatto che alcuni
caratteri sono spesso ereditari congiuntamente.
Un esempio, potrebbe essere la probabile associazione testa larga e orecchie pendenti. Nell’incrocio
Boxer x Pastore Tedesco, l’orecchio eretto ricompare nella Fl solo su teste mesocefale. La testa
brachicefala, porta sempre l’orecchio pendente.
Questo avviene anche in molte altre razze. Il binomio teste larghe – orecchie erette è infatti molto
raro. Raro, ma non impossibile: il Bulldog Francese, il Chow Chow hanno orecchie erette e testa
brachicefala.
Inoltre va considerato anche il mosaicismo, è un’anomalia. Questo dipende da un’irregolarità nella
prima divisione dello zigote; che è la prima cellula che genera tutte le altre. La prima divisione dello
zigote da origine a due cellule che dividendosi a loro volta tantissime altre volte generano la metà
destra e la metà sinistra del corpo.
Se già in questa prima frammentazione, si formano cellule figlie con corredo cromosomico diverso
tra loro, potremmo avere cani che presentano nella metà destra e in quella sinistra una colo razione
diversa. O ancora occhi di forma e colore diverso.
A volte si possono verificare delle mutazioni. Nella duplicazione del DNA e quindi all’ emergere di
caratteri diversi nella stessa specie che portano in natura, quando i geni non sono letali, a far si che i
soggetti che sono portatori dei geni più favorevoli in quella particolare situazione ambientale
vadano a costituire la maggioranza della popolazione e portino ad una selezione naturale e
all’evoluzione della specie.
Un processo questo che fa si che avvengano piccoli cambiamenti in tempi lunghi, a meno che non si
verifichino drastiche modifiche dell’ambiente.
Lo stesso fenomeno delle mutazioni geniche è stato sfruttato dall’uomo per fissare dei caratteri
isolando e facendo riprodurre individui che presentano caratteri mutanti, in questo caso, non sempre
è più conveniente; arrivando a creare all’interno dello stesso genere diverse razze e all’interno delle
razze a selezionare delle caratteristiche forzate che portano a delle proprie e vere storture.
Prendiamo ad esempio il colore degli occhi: da un punto di vista funzionale, la natura alleva
sicuramente meglio di noi, ha selezionato per secoli il lupo, ma non ha mai ritenuto che l’occhio
chiaro fosse un difetto, anzi, e sarà successo, se in qualche mutazione genica sono comparsi
individui con occhio scuro in questa razza, se questi non hanno preso il sopravvento ci sarà pure un
motivo.
Noi invece, che siamo dei bravi allevatori a volte trascuriamo soggetti di grande pregio per un
occhio giallo.
Oggi nell’allevamento esiste un grande limite di base; perché il numero dei cuccioli che si
producono è relativamente piccolo per cui tenendo conto del numero dei geni che si vanno ad
incrociare i risultati ottenuti sono spesso poco significativi per trarre conclusioni assolute.
Chi alleva avrà notato che spesso i soggetti validi nascono da riproduttori fenotipicamente modesti,
mentre soggetti di alto livello possono dare di contro prole a volte per nulla eccezionale.
Questo perché il fenotipo è influenzato,oltre che dal genotipo, anche da fattori ambientali di
sviluppo, da situazioni prenatali delle madri, ma anche e soprattutto dall’effetto che ha la
segregazione durante la formazione delle cellule germinali.
Difficilmente ripetendo una cucciolata si avranno gli stessi risultati della precedente.
Alcune caratteristiche desiderate dagli allevatori spesso si comportano come recessive, in
particolare quelle esasperate in quanto lontane dalla legge di natura.

Nella selezione operata su soggetti con abbondanza di rughe e pliche, Bloob-Hound, Shar-Pei,
Mastino Napoletano, la difficoltà maggiori è fissare tali caratteristiche. Notiamo che non appena un
soggetto con abbondanza di tessuto sottocutaneo viene accoppiato con uno privo di tale attributo la
progenie nasce con rughe e pliche scarse. Accoppiando poi un Mastino con cani di razze affini
notiamo la scomparsa delle rughe e delle pliche.
Il carattere lassità del sottocutaneo, portatore spesso di tare come l’entropion, l’entropion e le
patologie dermatologiche, si comporta come recessivo per una sorta di tutela biologica.
Tale è la forza della natura che indirizza gli organismi verso caratteristiche compatibili con la
sopravvivenza.
La valutazione attraverso il genotipo rende più prevedibile il possibile risultato di un
accoppiamento. Tale valutazione si può effettuare in vari modi; con un indagine sugli ascendenti,
per valutare il grado di consanguineità, o da linee di sangue da cui discende, cioè la probabilità di
ripescare caratteri interessanti negli ascendenti; con un’ indagine sui collaterali sia da un punto di
vista fenotipico che riproduttivo.
E anche nel caso degli stalloni possiamo, studiare la valutazione della prole in diversi
accoppiamenti, che permette di stabilire la capacità o meno di trasmettere quei caratteri, che noi
andiamo a cercare, con fattrici diverse.
Invece in caso di consanguineità stretta il tasso di omozigoti aumenta rapidamente dimezzando di
fatto il patrimonio genetico, ciò spesso porta alla comparsa di malattie genetiche (displasie dell’anca
o del gomito,coagulopatia, malattie oculari, mancanza di denti, mancanza di pelo, ecc.).
La consanguineità tende a costituire linee pure ìn seno alla popolazione originaria che si
diversificano sempre più tra loro via via che la consanguineità si eleva.
Con il manifestarsi di omozigoti per letali recessivi molte linee sparirebbero e con loro si
perderebbero molti altri geni che verrebbero sottratti a quelle popolazioni, e fra essi vi saranno geni
che presiedono a funzioni importanti collegate con la sopravvivenza.
La consanguineità non solo determina la venuta in superficie di geni recessivi letali o semi-letali ma
determina soprattutto la perdita della diversificazione di linee che si realizza nella popolazione di
partenza e quindi di geni che possiedono importanti reazioni biochimiche: passaggi intermedi nella
sintesi della proteina (danni ai tessuti, agli ormoni, agli enzimi, agli anticorpi) con conseguenza
sullo sviluppo, l’equilibrio endocrino, le caratteristiche riproduttive, comportamenti timidi ecc.
Questo è il vero danno della consanguineità.
In linea generale, non dobbiamo mai dimenticare che un corretto criterio di allevamento non potrà
mai, in nessun caso, prescindere da un’ ampia variabilità genetica, dal momento che solo questo
irrinunciabile fattore ci può consentire di effettuare vantaggiosamente tutti quegli interventi
correttivi che la selezione impone. Non dimentichiamo mai che una componente essenziale, un
cardine della bellezza zootecnica o utilitaria è rappresentata dalla “bellezza psichica”.
Un cane può essere definito “tipico” solo se manifesta al massimo grado la peculiarità morfo-
funzionali, genetiche e psichiche della sua razza.
Allevare, non può comunque essere solo una mappa cromosomica o una equazione algebrica di dati
genealogici, ma il sunto di esperienze e tecniche.
“Allevare è una scienza, un’arte e dedizione continua.”

Copyright dott. Flavio Bruno

amministratore
amministratore
Dott. Flavio Bruno : Medico Veterinario di Santa Croce di Magliano. Appassionato cinofilo e studioso di zootecnica, di zoognostica e di molossoidi. Da più di 30 anni effettua ricerche sul Cane Corso Tradizionale e su altre razze da lavoro italiane studiandone la storia e la morfologia funzionale. Si ispira al "Principio" dei Grandi Maestri della Cinofilia secondo cui la bellezza del cane è da ricercare nella sua funzionalità ed è fermamente convinto che le esposizioni cinofile debbano essere finalizzate "in primis" alla verifica zootecnica dei soggetti (salute, genetica e carattere) e non alla competizione basata su un estetismo fine a se stesso. Da circa 20 anni alleva Cani Corso e da qualche anno alleva anche i Volpini Italiani. Recentemente ha avviato l'opera di recupero del Levriero Meridionale. Agli inizi degli anni '80, insieme ad altri cinofili italiani, operò per il riconoscimento del Cane Corso come Razza Canina Italiana. Da allora, ha continuato da solo il suo impegno per la salvaguardia del Cane Corso Tradizionale recuperando e salvando dall'estinzione ceppi e linee di sangue di antichissime origini. Ha pubblicato 6 libri fra i quali l'ultimo ("Il Cane Corso studiato nella razza, nella storia, nella famiglia e nella società", con traduzione in inglese) è molto richiesto anche dall'estero.

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